#dilloinitaliano o no?

09-03-2015_Emilio Alessandro Manzotti_romanzo Freccia_dilloinitaliano

Il 17 febbraio, la pubblicitaria Annamaria Testa ha lanciato la petizione #dilloinitaliano per promuovere un utilizzo più attento della lingua italiana soprattutto da parte di chi nel nostro Paese riveste ruoli pubblici e dovrebbe usare un linguaggio comprensibile a tutti.
«Non è una battaglia contro l’inglese ma va, anzi, in favore di un reale bilinguismo» ci tiene a sottolineare la Testa. E infatti la sua petizione, che è già stata sottoscritta da più di 50.000 persone, non è nata contro l’uso di parole in altre lingue, ma per conservare la bellezza della lingua italiana che, per quanto meno universale di inglese e spagnolo, è la quarta lingua più studiata al mondo.
«Le lingue cambiano – scrive la Testa nella petizione – e vivono anche di scambi con altre lingue. L’inglese ricalca molte parole italiane (manager viene dall’italiano maneggiare, discount da scontare) e ne usa molte così come sono, da studio a mortadella, da soprano a manifesto.
 La stessa cosa fa l’italiano: molte parole straniere, da computer a tram, da moquette a festival, da kitsch a strudel, non hanno corrispondenti altrettanto semplici, efficaci e diffusi. Privarci di queste parole per un malinteso desiderio di “purezza della lingua” non avrebbe molto senso».
Condivido in pieno questa affermazione: oggi – soprattutto in ambito tecnico, ma anche finanziario – fanno parte del nostro vocabolario termini in altre lingue che sono ormai diventati parte integrante del nostro bagaglio linguistico e ci aiutano ad esprimere concetti per i quali altrimenti dovremmo usare giri di parole anche abbastanza ridicoli: invece di pc o personal computer dovremmo dire “elaboratore personale di dati”, invece di start-up “impresa in embrione”. Ci si potrebbe divertire a cercare altri esempi.
La campagna #dilloinitaliano è rivolta soprattutto ad un uso “responsabile” dell’italiano, affinché tutti possano comprendere con chiarezza ciò che viene comunicato dalle istituzioni e dai media. Ma secondo me l’iniziativa può servirci da spunto anche per una riflessione più personale sull’uso della nostra lingua. Riflessione che non è circoscritta all’uso della lingua italiana ma ha valenza universale.
La fretta, la pigrizia o anche solo la distrazione ci possono indurre ad utilizzare un numero di termini ridotto dimenticandoci delle infinite sfumature che offre il nostro vocabolario. Dovremmo, quando ci è possibile, sforzarci di essere più consapevoli riguardo alle parole che usiamo, scegliere le più adatte ad esprimere un certo concetto, riscoprire termini della nostra lingua che magari son bellissimi ma poco usati.
L’ho imparato in particolare scrivendo narrativa: a volte ci si sofferma a lungo su una frase o un periodo perché si vuole trovare esattamente la parola, o le parole, per esprimere alla perfezione un sentimento, un’emozione, per descrivere un luogo o una persona, per rendere un dialogo incisivo. E quando abbiamo trovato la parola giusta, che magari non usiamo spesso ma per quel brano è perfetta, ci sentiamo come se avessimo aggiunto l’ultima pennellata decisiva al nostro quadro. Perché quella frase o quel periodo riescono ad esprimere molto più di ciò che è scritto. Ecco è in questi casi che scopro la bellezza della mia lingua. Così mi verrebbe da lanciare un altro hastag: #dilloconleparolegiuste.

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