Scrivere con stile

30-09-2014_Emilio Alessandro Manzotti_RomanzoFRECCIA_citazionescrittura

Qualche giorno fa ho letto l’interessante articolo di Marianna Silvano pubblicato sul litblog Sul Romanzo che a sua volta fa riferimento all’articolo “Come scrivere con stile” scritto da Kurt Vonnegut nel 1980 per la rivista «Transaction Professional Communication».
La Silvano sintetizza gli otto punti che secondo Vonnegut costituiscono i fondamenti di una scrittura accurata e personale, che abbia presa sul lettore. Uno in particolare di questi punti mi è sembrato la regola principale da cui iniziare se si vuole scrivere con stile.
Cito dall’articolo:
“Sii semplice: per quanto riguarda l’uso della lingua: ricorda che i due grandi maestri della lingua inglese, William Shakespeare e James Joyce, scrivevano frasi che rasentavano lo stile di un bambino proprio quanto più l’argomento era profondo. «Essere o non essere?», domanda l’Amleto di Shakespeare. La parola più lunga è di sei lettere. Joyce, nel pieno della sua vivacità, sapeva mettere insieme un periodo intricato quanto una luccicante collana appartenuta a Cleopatra, eppure, uno dei periodi che adoro di più della sua prosa si trova nel racconto Eveline: «Era stanca». E a quel punto della storia, nessun’altra parola saprebbe spezzare il cuore di un lettore come queste due parole. La semplicità della lingua non è solo da rispettare, ma è forse persino sacra. La Bibbia apre con un periodo forse riferibile a un vivace quattordicenne: «All’inizio Dio creò il cielo e la terra».”
Scrivere in modo semplice, pulito, frasi brevi e incisive, è un consiglio che si legge spesso nei manuali di scrittura. Prima di tutto per un motivo “pratico”: più lungo è il periodo e più è alto il rischio di “incartarsi” tra tempi verbali e subordinate.
Ma scrivere in modo essenziale non significa farlo in modo elementare o banale.
Vuol dire, invece, ripulire la frase di tutto ciò che non serve ad esprimere il concetto: avverbi, aggettivi, rafforzativi, pronomi, ecc. di cui si può fare anche a meno e che appesantiscono la scrittura. E utilizzare vocaboli di uso comune, invece che ricercati sinonimi, quando questi esprimono benissimo un concetto. “Aveva fame” suona molto più netto e chiaro di un “Era affamato” oppure “Aveva appetito”, non trovate?
Ovviamente questo non deve essere in dictat rigido, ci sono casi in cui si percepisce la necessità di arricchire la frase più schematica con vocaboli meno usuali, subordinate, aggettivi. Ma sarà l’eccezione che conferma la regola e che impreziosisce la nostra scrittura.
L’importante è che ci ricordiamo, come diceva Hemingway, che “la prosa è architettura, non decorazione di interni”.

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