Scrivere una storia: la scelta della voce narrante

20-03-2015_Emilio Alessandro Manzotti_romanzo Freccia_scegliere la voce narrante

Nella fase di progettazione di una storia, dopo avere stabilito il tema, costruito il soggetto e deciso che genere letterario scegliere, dobbiamo stabilire che voce narrante vogliamo utilizzare.
Potrebbe sembrarvi un dettaglio di secondaria importanza, invece condizionerà tutto il nostro successivo lavoro di scrittura.
Gran parte dei romanzi e dei racconti sono scritti in terza persona. C’è chi ha avuto il coraggio di scrivere romanzi in seconda persona come Michel Butor (“La modificazione”), o Italo Calvino (“Se una notte d’inverno un viaggiatore”), o ancora Paul Auster (la seconda parte di “Invisible”), ma si tratta di maestri della letteratura con cui non possiamo misurarci.
La terza persona costituisce la soluzione più facile, in cui il narratore è estraneo alla storia e quindi può inserire nel racconto tutte le informazioni che vuole, “saltare” da una scena all’altra, svelare dettagli sui personaggi, anticipare eventi.
Il narratore in terza persona prende una certa distanza dai personaggi, conosce cose che loro ignorano perché è onnisciente, cioè conosce tutti i dettagli della storia.
D’altro canto, se si scrive in prima persona si crea maggiore empatia col lettore che vive la storia attraverso la voce del protagonista o di qualcuno che ne è coinvolto direttamente. In questo modo si riescono a suscitare emozioni forti e creare un legame molto stretto con chi legge. Ma è anche più difficile raccontare certi passaggi della storia e si è costretti a ricorrere ad artifici ed escamotage.
Prendiamo come esempio ancora la storia di Giulietta e Romeo. Il narratore – in terza persona – racconta che Frate Lorenzo dà a Giulietta un sonnifero che la indurrà in uno stato di morte apparente per quarantadue ore, in modo da non dover sposare Paride e riuscire a scappare. Nel frattempo Frate Giovanni viene mandato a informare Romeo del piano ma il messaggio non giunge. Giulietta mette in atto il piano pensando che Romeo sia stato avvertito. Il giovane torna a Verona disperato perché ha saputo della morte di Giulietta.
Se la voce narrante fosse quella di Giulietta che racconta i fatti in prima persona, come potremmo fare sapere al lettore che Frate Giovanni non è riuscito ad avvisare Romeo? E come raccontiamo la parte in cui Giulietta è priva di sensi e quindi estranea alle vicende?
Inoltre mentre scriviamo in prima persona esprimiamo un giudizio, un punto di vista, quello del personaggio a cui diamo voce e così rischiamo di influenzare in qualche modo il lettore.
Insomma la scelta della prima persona non si presta a qualsiasi storia.
Va benissimo per un romanzo introspettivo in cui il protagonista si interroga su di sé e la propria vita, oppure in un romanzo di avventura sul filo del rasoio, è già più complicato da usare in un romanzo giallo (a meno che non siate davvero esperti nella costruzione dell’intreccio) o in una storia fantasy.
Io in Freccia ho usato una doppia voce narrante: un personaggio racconta in prima persona e poi c’è la voce di un “narratore” esterno che si esprime quindi in terza persona. Questo perché non volevo perdere la possibilità di creare un legame stretto tra protagonista e lettore, ma allo stesso tempo mi sono reso conto che non sarei stato in grado di raccontare tutto per bene utilizzando esclusivamente la prima persona.
Il mio consiglio quindi è quello di fare una scelta ponderata, esaminando con attenzione il soggetto che abbiamo tracciato in precedenza, e chiedendoci quale voce narrante si presta meglio a raccontare senza difficoltà e perdita di efficacia tutte le fasi della vicenda.

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